Un pomeriggio al MAC di Gibellina

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Uscendo dal MAC (Museo d’Arte Contemporanea) di Gibellina, ho pensato di essere fortunato. I motivi principali sono due: il primo è per aver visitato un museo bello ed emozionante come pochi altri in Italia; il secondo motivo è per le informazioni che avevo acquisito, l’arte al suo interno mi ha lasciato un forte senso di appagatezza misto a desiderio di esserci.

Entrando si ha subito la sensazione di un luogo di un’altra dimensione. L’architettura è moderna e minimalista, il bianco accogliente delle pareti si abbina ai sorrisi delle signore che ti accolgono con gentilezza e disponibilità. Ci dicono che i residenti in Sicilia hanno uno sconto, mi sembra un valido motivo per sfoggiare il mio dialetto palermitano.

Per tutta la scorsa estate, il MAC ha ospitato una mostra fotografica dedicata a Frida Kahlo. Più di cento fotografie originali che raccontano la vita, l’arte, le amicizie, gli amori e le vicende storiche di una delle più importanti artiste dell’arte del ‘900. Ci viene indicato di inquadrare un qr-code che riporta ad un sito dove ascoltare un’audio-guida, funziona molta bene.

Le sale del MAC sono otto. Il percorso inizia con il racconto del terremoto che la notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 cancellò i centri di Gibellina, Poggioreale, Salaparuta e Montevago. Ludovico Corrao – sindaco di allora a cui è dedicato il museo – chiamò a raccolta artisti e intellettuali e iniziò la sua battaglia contro la burocrazia e la distruzione, credendo fortemente che la bellezza possa curare ogni ferita. In una parete vi è impressa una sua frase: «Venite a Gibellina, facciamo crescere i fiori dell’arte e dalla cultura nel deserto del terremoto, del destino, dell’oblio».

L’eleganza dell’allestimento di dipinti, gigantografie, modelli, archetipi architettonici e bozzetti delle opere di scultura nel centro della città, fanno rivivere un luogo che non esiste più. La presenza degli artisti che, con il loro importante contributo, l’hanno fatta rinascere e imporre sullo scenario nazionale si respira dall’inizio alla fine. C’è Guttuso, Leonardo Sciascia, Letizia Battaglia, ma soprattutto c’è Alberto Burri. La sua presenza attraverso l’opera d’arte che oggi attira i turisti da ogni parte del mondo è molto forte. Il Cretto di Burri si trova a 11 km di distanza dal nuovo abitato, dove un tempo sorgeva Gibellina: un’enorme colata di cemento ha ricoperto le macerie della cittadina come un grande sudario su cui l’artista ha poi ricostruito la pianta del centro storico trasformando le strade in solchi, dando vita così a un labirinto di oltre 80mila metri quadrati.

«… ecco, se devo fare qualcosa, io posso farlo qua… io fare così: compattiamo le maceria… le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco così che resti un perenne ricordo di questo avvenimento…»

Alberto Burri

Sono stato al Cretto di Burri un anno fa, ma l’atmosfera di ricostruzione mi era sconosciuta. Il MAC mi ha permesso di raccogliere le testimonianze di chi ha fatto qualcosa per ricostruire, lasciando un segno indelebile nel luogo. La ricostruzione di Gibellina è merito dell’uomo che ha creduto nell’arte, un valido motivo per resistere.

Viale Segesta, 91024 Gibellina (TP)
Da Martedì a Domenica 9.30 – 13.30 / 16.00 – 18.00
https://www.macgibellina.it/

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